Esploratori del Vino Italiano – andiamo regione per regione alla scoperta delle DOC e delle IGT ingiustamente definite “minori”. Iniziando dai vini rossi.
Barolo. Chianti Classico. Amarone della Valpolicella. Brunello di Montalcino. Nero d’Avola. Montepulciano d’Abruzzo.
Come per gli attori più famosi, non facciamo fatica a riconoscerne i nomi e/o i volti. Anche se andiamo al cinema due volte l’anno, e beviamo un Barolo solo quando il povero zio Giorgio a Natale porta in dono una bottiglia della sua riserva personale, pur di non bere la sciacquatura di piatti rossastra che pensavate di propinargli con l’arrosto.
Quello che zio Giorgio (forse) non sa è che oltre ai grandi nomi esistono, in Italia – e nel mondo – tutta una serie di denominazioni ingiustamente definite “Minori”, o “di caduta”, perchè per motivi storico-economico-culturali il territorio che ha dato loro vita non è stato in grado di farle assurgere al gotha pop dell’enologia mondiale, pur offrendo in termini qualitativi, di terroir, di impegno produttivo e vitigni la medesima forza delle denominazioni regine. La storia di Davide e Golia, insomma, ma in bottiglia. Se quindi il Barolo è il RE DEI VINI, il BOCA è quantomeno un marchese con possibilità di pretese al trono. Se il Chianti Classico negli USA è il rosso italiano per eccellenza, il MONTECUCCO regala corpo ed emozioni. Esistono centinaia, migliaia di vini e territori che non avete mai sentito nominare…qui vi aiutiamo a scoprirne almeno alcuni dei migliori!
Per farla più divertente facciamo un quiz, come quelli che vanno ancora di moda sulle riviste da spiaggia.
Assegnatevi:
– 2 punti per ogni vino che già conoscevate e avete assaggiato
– 1 punto per ogni vino che conoscevate, ma non avete mai assaggiato
– 0 punti per i vini che non avete mai sentito nominare prima.
Non barate…e scoprite il vostro livello di ESPLORATORI DEL VINO ITALIANO!
1. VALLE D’AOSTA – VALLE D’AOSTA DOC

Territorio: Provincia di Aosta (ovvero tutta la Regione), diviso in 7 sottozone
Vitigni: 22, Autoctoni ed Internazionali autorizzati (Min. 85% del vitigno SE indicato in etichetta)
Affinamento in legno: Possibile
La Valle d’Aosta è sempre la prima o l’ultima ad apparire nelle guide, e non facciamo eccezione: dalla cima del Monte Bianco si vede assai lontano, e anche se Lampedusa è oltre la curvatura terrestre, è da qui che inizia l’Italia del vino. È una regione spesso trascurata anche dagli enoappassionati: piccola produzione, sparute cantine, distribuzione poco efficace e perfino la promozione commerciale non pare impegnarsi granchè, nè in termini aziendali nè istituzionali. Eppure, i vigneti più alti d’Europa, aggrappati ad oltre mille metri sul livello del mare sopra le rocce grigie delle alpi e intorno alla valle della Dora Baltea regalano grandi emozioni, talvolta persino esotiche per la loro distanza dalla tradizione. Specie quando vengono da espressioni dei vitigni autoctoni. Niente IGT in Regione, ma una sola DOC divisa in 7 sottozone, da vigneti coltivati sui terrazzamenti e sui pendii che scivolano lungo il fiume.
Come per molte zone montane, i bianchi dominano: qui il clima ed il terreno (ciottoli, terreni duri e alluvionali) regalano vini sapidi e di grande piacevolezza. Anche gli spumanti metodo classico dicono la loro.
Eppure, vuoi per il cambiamento climatico e/o per nuove tecniche apprese dai vignerons locali, il medesimo terroir regala oggi grande espressività anche agli autoctoni rossi: Petit Rouge, Fumin, Cornalin, Vien de Nus… ma anche gli immigrati Nebbiolo, Pinot nero, Gamay riescono a regalare sorsi unici. In generale si tratta di vini rossi freschi e leggeri, floreali, delicati e allo stesso tempo minerali, resistenti, longevi. Affinati brevemente o con passaggi in legno, meritano di essere scoperti da tutti i palati. Memorabili.
Abbinamenti: I vini rossi nati in un territorio unico come i panorami della Val d’Aosta si abbinano alla cucina con la quale si sono evoluti. Quindi via alle zuppe, alla cacciagione, alla fonduta, alla polenta, ai primi piatti di sapore ricco, con burro e lardo. Ma come per ogni vino vi invitiamo alla sperimentazione, dall’aperitivo di pesce alla cucina tandoori, dalle zuppe del Sichuan alla carne coperta di salsa bbq!
Suggerimento: Valle d’Aosta Fumin DOC – Grosjean
Il Fumin è un autoctono valdostano che i viticoltori hanno saputo valorizzare al meglio, Grosjean una delle migliori piccole cantine della regione. Il frutto di questo incontro è un rosso fresco, di bella intensità ed eleganza, con un breve passaggio in tini di legno che regalano corpo ed una discreta longevità alla bottiglia.
2. LIGURIA – ROSSESE DI DOLCEACQUA DOC

Territorio: Dolceacqua ed altri 12 comuni della Provincia di Imperia
Vitigni: Rossese (min. 95%) + altri (max. 5%)
Affinamento in legno: Possibile
Colore: Rosso rubino scarico, anche molto tenue, tendente al granato ed al mattone in invecchiamento
Sentori tipici: Frutti rossi, rosa rossa, erbe aromatiche, sottobosco e resina di pino
Premessa: la Liguria è una regione che meriterebbe più di una menzione in questo test, decisamente. Citiamo con affetto l’Orneasco di Pornassio Doc, squisita espressione del Dolcetto, il Vermentino nero del Levante, il Colli di Luni…tutte denominazioni e relativi vini che potrebbero rientrare in questa ristrettissima selezione di ottimi prodotti poco conosciuti. Sarà che è più famosa per i bianchi, ma ci auguriamo che questo articolo contribuisca alla vostra voglia di esplorare meglio la regione che circonda La Superba.
Il Rossese di Dolceacqua, la denominazione più ad ovest d’Italia, vince per il suo valore indiscutibile: un grandissimo vitigno che nasce “appoggiato” ai tipici terrazzamenti, e guarda in faccia la Francia giusto oltreconfine. Produzione infinitesimale – circa 80 ettari totali!!! – origine misteriosa e caratteristiche inconfondibili. Una volta degustato, lo si riconosce per sempre: colore tenue, talvolta più un rosato che un rosso; sentori delicati, eleganti, con una nota resinosa assolutamente tipica. Gusto piacevole, armonico, delizioso. L’alcol mai esageratamente presente lo rende adatto anche al palato più delicato.
E comunque anche solo Dolceacqua merita la visita, suvvia! Vista la foto??
Abbinamenti: estremamente versatile, grazie ai tannini gentili: dall’aperitivo al tutto pasto, dal pesce alle zuppe, dai risotti alle carni bianche e, con un po’ di legno, anche alle rosse. Il vino ideale da portare ad una cena da amici…un po’ per stupire, un po’ perchè va bene anche se non si conosce il menù!
Suggerimento: ROJA Rossese di Dolceacqua Superiore DOC – Roberto Rondelli.
Un Rossese ai massimi livelli, potenziato, sorprendente. Da vigneto singolo coltivato con grande attenzione, lieviti indigeni, produzione piccolissima, passaggio di 12 mesi in barrique. Roberto Rondelli ama il Rossese, e si sente.
3. Piemonte – VERDUNO PELAVERGA DOC

Territorio: Verduno e altri 2 comuni nella provincia di Cuneo
Vitigni: Pelaverga piccolo (min. 85%) + altri (max. 15%)
Affinamento in legno: Possibile. Non molto utilizzato
Colore: Rosso rubino molto limpido, scarico
Sentori tipici: Fragolina di bosco, fiori rossi, sottobosco, spezie
La regione che ospita alcuni dei vini rossi più famosi al mondo…ha anche un’enorme quantità di cenerentole che vivono nel cono d’ombra delle Langhe. Importatori, sommelier, turisti, appassionati percorrono le autostrade per raggiungere l’uscita di Alba, per dirigersi da lì verso la Mecca del Nebbiolo – aka Barolo e Barbaresco – saltando a piè pari tutte le altre denominazioni che attraversano lungo la rotta: Alto Piemonte, Boca, Monferrato, Monleale, Ovada e tante altre, non meno vocate dei Grandi Nomi.
Per non scioccare troppo i nostri lettori, per il nostro quiz rimaniamo COMUNQUE nelle Langhe, ma senza celebrare il Nebbiolo: Parliamo di VERDUNO PELAVERGA. Con questo nome accattivante (sigh) è un vino dalla produzione inferiore a 150.000 bottiglie l’anno, 19 produttori totali. Questi numeri – poco più della produzione media di 2 piccole cantine messe insieme, o un centesimo di quella di una grande cantina – portano questa minuscola denominazione ad essere la più piccola di tutta la Regione.
Ed eccolo qua, a rappresentare una meravigliosa espressione delle langhe, in crescita e amata dagli appassionati, e da coloro che hanno la fortuna di avvicinarvisi. I suoi profumi delicati, facilmente riconoscibili, accompagnati da un rubino tenue che carezza lo sguardo, il gusto netto e complesso ne fanno un grandissimo vino di nicchia.
Abbinamenti: Un altro membro della famiglia dei rossi da pesce, persino per piatti non eccessivamente arricchiti di sapori. Ama anche gli aperitivi, i formaggi freschi, salumi, risotti, carni e sughi in bianco.
Suggerimento: Verduno Pelaverga Doc – Poderi Roset.
Colore tenue e verace, naso esplosivo di fiori, erbe, spezie e pepe nero. Sorso fresco, leggero, armonico, con aggiunta di lamponi e ciliegie. Ammaliante. Poderi Roset nei loro 15 ettari totali producono anche Barolo, ovviamente. Ma senza toglier nulla al Re dei Vini, l’arma segreta è nel Pelaverga!
4. Lombardia – BUTTAFUOCO OLTREPO’ PAVESE DOC

Territorio: Canneto Pavese e altri 7 Comuni della Provincia di Pavia
Vitigni: Barbera (25-65%), Croatina (25-65%), Uva Rara+Vespolina, detta Ughetta di Canneto (max. 45%)
Affinamento in legno: Possibile, molto usato (specie per la sottozona – non ufficiale – “Storico”)
Colore: Rosso rubino profondo, riflessi granata e mattone in invecchiamento
Sentori tipici: Frutta rossa, ciliegia, mora, viola, confettura, spezie, pepe, legno
La Lombardia è un’altra regione in cui, volendo far le pulci, anche i wine-nerds più accaniti avrebbero difficoltà a vantarsi di conoscere ed aver assaggiato tutte le denominazioni presenti. Con 5 DOCG e 21 DOC, la locomotiva economica d’Italia offre un panorama enologico persino troppo suddiviso, in cui aree come la Botticino DOC, territorio giustamente famoso per lo splendido marmo, utilizzato tra le altre cose per l’Altare della Patria a Roma e per la Casa Bianca a Washington, a livello vitivinicolo appare probabilmente solo nei ristoranti locali.
L’Oltrepò Pavese è stato invece uno dei territori più famosi per tutta la fine dello scorso secolo, e non indagheremo qui sul perchè della sua ritirata nazionale ed internazionale. Anzi, difenderemo a spada tratta il suo imperatore rosso, uno che non teme la sfida del dominatore internazionale, quel Pinot Nero che gli ha rubato la scena meritandosi la DOCG: IL BUTTAFUOCO. Questa denominazione, che conta un paio di decine di produttori, è e rimane uno dei vini più caratteristici di tutta la Lombardia, le cui bottiglie si svuotavano nelle osterie quando ancora Garibaldi non aveva percorso l’Italia per riunirla sotto la bandiera tricolore. Il nome deriva dall’espressione dialettale “Buta mel feug”, ossia “forte come il fuoco”, per indicare la sua struttura robusta e le tonalità calde.
Vino dalla tradizione appunto secolare (storicamente anche frizzante, ma fortunatamente scomparso in questa veste) e dalla forte personalità. All’interno della denominazione, un gruppo di aziende ha creato recentemente il “Club del Buttafuoco Storico” per promuovere la massima qualità e l’immagine del territorio (con un bel logo, dedicato ad una storica nave della marina austroungarica chiamata appunto “buttafuoco”). Vino profondo, strutturato e potente anche nelle versioni più giovani e semplici, che ricordano gli antichi vini quotidiani, vinosi e verticali come pietre in uno stagno.
Abbinamenti: eccezionale per la cucina tradizionale lombarda del nord Italia: dalla cassoeula alla cotoletta, dalla zuppa di cipolle alla polenta con ossobuco, fino al risotto, appunto, al buttafuoco.
Suggerimento: Buttafuoco Storico dell’Oltrepò Pavese “Vigna Sacca del Prete” – Fiamberti.
Uno dei fiori all’occhiello non solo della sua denominazione, ma dell’intera regione. Un cru coltivato con passione ardente, affinato a lungo in barrique e destinato a lunghissimo invecchiamento. Se il mercato oggi si muove verso vini leggeri e delicati, il Sacca del Prete lotta furiosamente prima di spegnersi, tra tannini potenti, frutti disidratati, grandiosa eleganza. Resta fedele alla sua storia e alla sua stirpe: chiama alla tavola, a piatti ricchi, a discorsi profondi. Produzione limitatissima.
5. Trentino-Alto Adige – TEROLDEGO ROTALIANO DOC

Territorio: Mezzolombardo e altri 2 comuni della Provincia di Trento
Vitigni: Teroldego 100%
Affinamento in legno: Possibile, abbastanza utilizzato
Colore: Rosso rubino scuro e denso
Sentori tipici: Ciliegia, mirtillo, frutta rossa, spezie, china, rabarbaro
Trentino e Alto Adige. Due aree riunite in una sola, importantissima regione per la produzione vinicola di qualità del Belpaese. Qui la geografia, le influenze italiane ed austriaco-tedesche hanno creato una cultura unica, sia a livello generale che enogastronomico. All’interno della regione, stretta tra le montagne a nord di Trento sorge la stretta pianura Rotaliana, magica valle scavata da fiumi e ghiacci, circondata da giganti di roccia che si incuneano in ogni direzione… significa “piana dei dazi” (nome dato da gente pratica, gli illiri che qui abitavano prima dei romani). Oggi dominano meleti e vigneti, e tra i vigneti il Teroldego la fa da padrone (per le uve rosse) da secoli, almeno da quando se lo gustarono i membri del clero impegnati nel Concilio di Trento del 1545!
Nonostante la limitatissima area produttiva, Il teroldego è piuttosto coltivato – specie da alcune cooperative locali – e quindi non è raro imbattersi in una bottiglia anche al di fuori della regione. Come vitigno è lontano parente dei più famosi Lagrein e del Syrah, e questo principe del Trentino dona un vino di struttura mai eccessiva, densamente colorato, poco tannico, fresco, ricco in frutti di bosco e dalla sottile speziatura di cacao e china che sottolinea una sempre piacevole mineralità. Se affinato in legno si ammanta anche di una notevole longevità.
Abbinamenti: Perfetto aperitivo, abbinamento ideale per la cucina locale, per cacciagione dalla carne dolce come quella del cervo, o per canederli, arrosti, zuppe, polenta.
Suggerimento: Teroldego Rotaliano DOC – Endrizzi.
12 mesi in legno grande per l’interpretazione del Teroldego di una delle migliori cantine private della regione. Se il legno ne ammorbidisce il carattere, rendendolo avvolgente e aumentando l’intensità dei tannini e la corposità del sorso, il vitigno emerge comunque in tutte le sue caratteristiche fresche e fruttate, dal finale speziato che invita al calice successivo. Da non lasciare solo: chiama a gran voce almeno una fettina di speck!
6. Veneto – MALANOTTE DEL PIAVE DOCG

Territorio: Bacino del fiume Piave, nelle province di Treviso e Venezia
Vitigni: Raboso Piave (min. 70%), Raboso Veronese (max. 30%)
Affinamento in legno: Possibile, molto utilizzato
Colore: Rosso rubino intenso, con riflessi violacei.
Sentori tipici: Marasca, mora, ciliegia, mirtillo, menta, eucalipto
Il Veneto è un’altra delle regioni italiane – e non solo – oggi più note a livello mondiale per i vini, rossi e non: la millenaria Valpolicella (non a caso nome derivante dal latino per “valle delle molte cantine”) esporta le sue bottiglie in ogni angolo del mondo, e il nome Amarone risuona in tutti i ristoranti italiani del pianeta. Ma questa regione produttiva, ricca, risoluta è anche patria di altre uve e di altre denominazioni. Se anche qui il Cabernet ed il Merlot hanno messo radici da tempo, altri vitigni autoctoni come il Raboso regalano produzioni eccellenti, ma assai meno note. Come il Malanotte del Piave!
Se il Raboso è un vitigno per vini austeri, potenti, fruttati e tannici dalla bella acidità, il Malanotte è una delle sue più interessanti espressioni. La denominazione prende il nome dal borgo omonimo, minuscola frazione persa nella pianura a Nord di Treviso, un piccolo museo a cielo aperto di origine quattrocentesca, ed è una delle docg più giovani d’Italia, nata solo nel 2010.
Intenso, cupo, sapido, fresco, corposo, speziato. Spesso lungamente affinato in legno per smussarne le durezze. Piave Malanotte…siamo riusciti a stupirvi anche sul veneto eh? Lo avete mai assaggiato?
Abbinamenti: Il Malanotte chiama ad una cucina importante, corposa, saporita. Salumi, formaggi stagionati, arrosti, brasati e bbq ben marinati.
Suggerimento: Piave Malanotte DOCG – Ornella Molon.
Macerazione in legno, 24 mesi in barrique, 12 mesi in botte grande, 12 mesi in bottiglia. Più che un affinamento, un romanzo di formazione per il Malanotte di Ornella Molon, una delle Selezioni di questa deliziosa cantina, che non offre mai nulla meno dell’eccellenza. Profondo, oscuro, fresco, influenzato dalla vicinanza al Mar Adriatico, con un goloso ammorbidimento dato dal residuo zuccherino.
7. Friuli Venezia-Giulia – SCHIOPPETTINO DI PREPOTTO (Colli Orientali del Friuli DOC)
Territorio: Comune di Prepotto, Provincia di Udine
Vitigni: Schioppettino di Prepotto
Affinamento in legno: Possibile, molto usato
Colore: Rosso rubino intenso, con riflessi violacei
Sentori tipici: Ciliegia marasca, frutti di bosco, pepe nero, chiodi di garofano
Friuli, terra di grandissimi vini bianchi, ma anche di ottimi rossi. Al confine con la Slovenia (che prosegue in modo splendido e autonomo la viticoltura dall’altro lato della riga, a dimostrazione che alla realtà e alla natura non importa molto della politica) i Colli Orientali regalano una serie di produzioni fenomenali, con vitigni autoctoni e non di grande potenzialità.
Accanto al Merlot e ai Cabernet – Sauvignon e Franc – troviamo infatti lo Schioppettino, il Refosco, il Pignolo… ognuno con un’identità marcata e definita, che in purezza o abbracciato agli altri regala vini facilmente identificabili, tannici, fruttati, dalle straordinarie note vegetali e minerali.
Proprio lo Schioppettino è forse il vitigno più interessante della zona, e come tanti fratelli è stato salvato dall’estinzione. Oggi è ben al sicuro, ma nonostante la sua notorietà sia in crescita è ancora confinato nei discorsi dei winelovers più appassionati. Rosso rubino intenso, frutti di bosco e ciliegia marasca. Austero in gioventù, richiede un po’ di pazienza per ammorbidirsi ed esprimere la naturale speziatura ed eleganza.
Abbinamenti: Lo schioppettino regala vini versatili, eleganti, potenti, adatti per accompagnare piatti regionali, zuppe, carni e arrosti di selvaggina.
Suggerimento: Colli Orientali del Friuli DOC Schioppettino di Prepotto – Vigna Petrussa
18 mesi in barrique nuova per una delle migliori espressioni del vitigno e del territorio. Naso al pepe nero e ai lamponi, ganache al cioccolato e frutta secca. Lungo, suadente, potente. E incredibilmente longevo.
8. Emilia Romagna – LAMBRUSCO SALAMINO SANTA CROCE DOC
Territorio: Provincia di Modena
Vitigni: Lambrusco Salamino (min. 85%), Fortana e Ancellotta (max. 15%)
Affinamento in legno: Possibile, ma rarissimo
Colore: Rosso rubino tenue, riflessi purpurei, spuma violacea ed evanescente
Sentori tipici: Vinoso, aromatico, frutta rossa fresca, fiori rossi macerati
Ok, sull’Emilia Romagna e i rossi sconosciuti cadiamo male, e probabilmente siete già sorridenti a segnare 2 punti sul vostro score personale di questo gioco. Il Lambrusco è un vitigno millenario, citato da Virgilio nelle bucoliche. È un vino intercategoria – la sua produzione è al 99% frizzante o spumantizzata, e abitualmente è sempre stato considerato semplicemente un rosso. 6 DOC diverse, tutte meritevoli di una citazione, perché in questo caso è il vitigno e la sua tradizione a fare la differenza.
Oggi, pur avendo perso la fama che i nonni d’Italia e gli statunitensi ricordano, rimane il vino rosso più venduto e bevuto d’Italia. Vino amichevole, portabandiera della convivialità, dal prezzo sempre sorridente. Oltre a questo la qualità media della produzione è andata progressivamente aumentando, ed il suo successo ruota oggi intorno alla sua piacevolezza e semplicità.
Forse però non sapevate che di Lambrusco oltre NOVE varietà diverse: tre principali e le altre di minore considerazione. Delle tre più note, il lambrusco salamino è quello meno diffuso: forma affusolata, colore intenso, splendida freschezza e fruttosità.
Abbinamenti: Vino da aperitivo e tutto pasto. Ama Parmigiano Reggiano, Prosciutto di Parma, è allegro come la sua spuma, da bersi ad ogni temperatura – ma preferibilmente freddo. Non si prende mai troppo sul serio, e non disdegna le sfide più interessanti: dal pesce all’arrosto, fino alle caldarroste e alla pasticceria secca.
Suggerimento: Lambrusco Salamino di Santa Croce DOP – VentiVenti
Ventiventi è una cantina giovanissima, dinamica, bio. Una delle aziende emergenti – al di fuori della bella nicchia di produttori naturali – più rimarchevoli della regione. Il loro Lambrusco Salamino di Santa Croce è un metodo classico dal colore impenetrabile e dalla spuma finissima. Piccoli frutti rossi, fragole, melagrana e violetta avvolgono naso e palato, per una bevibilità veramente eccezionale.
9. Marche – LACRIMA DI MORRO D’ALBA DOC
Territorio: Morro d’Alba e altri 5 comuni nella provincia di Ancona
Vitigni: Lacrima (min. 85%) + altri (0-15%)
Affinamento in legno: Possibile
Colore: Rosso rubino intenso con riflessi violacei
Sentori tipici: Lampone, ribes, frutti di bosco, viola, muschio, spezie
Le Marche. Se non siete nati e cresciuti in Italia (e a volte anche se lo siete) vi sfidiamo a trovare al primo colpo questa regione sulla cartina. Ingiustamente poco considerata, offre paesaggi naturali splendidi affacciati sul Mare Adriatico e città dalla cultura plurimillenaria.
Le Marche non sono da meno neppure nella produzione di vino, tanto che meriterebbero almeno due o tre citazioni in questa classifica. Alzi la mano chi conosce la Vernaccia di Serrapetrona DOCG, il Bianchello del Metauro o… la Lacrima di Morro d’Alba, appunto. Sì, il comune si chiama così anche se è a centinaia di km dalla più nota Alba piemontese, e deriva dall’antico castello medievale di Albarello.
La lacrima, nome derivante dalla facilità del chicco alla rottura della buccia durante la maturazione – cosa che provoca appunto la fuoriuscita di “lacrime di succo”. Ovviamente, anche se nome romantico, non è una cosa che i produttori desiderano: i grappoli sani devono arrivare interi alla vendemmia e alla pressatura! Vitigno molto diffuso sin dal medioevo regala un vino di morbidezza, eleganza e struttura supreme. Eppure la sua diffusione nazionale ed internazionale è veramente limitata, altra grande ingiustizia.
I sentori pienamente fruttati, la morbidezza, la sottile speziatura, il tenore alcolico ricco, la carenza in tannini e l’acidità equilibrata lo rendono un vino amichevole, perfetto per approcciare anche palati meno avvezzi alla degustazione. D’altro lato è un vino dal facile invecchiamento, e per la maggior parte della produzione sul mercato è meglio non lasciare troppo a lungo le bottiglie in cantina.
Abbinamenti: Si beve splendidamente da solo, come calice da aperitivo, ma anche con stuzzichini, salumi, primi piatti, carni speziate, grigliate, bbq, caldarroste. Ama sfidare anche il cioccolato!
Suggerimento: “Fiore” Lacrima di Morro d’Alba DOC – Lucchetti
Paolo Lucchetti è l’alfiere della Lacrima, un vessillo ereditato dal padre e dal nonno Armando, che per primo volle puntare fortemente la propria azienda nella produzione di Lacrima. Fiore è una perfetta espressione di questo inconfondibile vitigno, che viene valorizzato dalla sola vinificazione in acciaio: impenetrabile, purpureo, avvolgente di mammola, viola, prugna, more e ciliegie mature. Caldo e prolungato, un vino che invita alla tavola.
10. Umbria – TORGIANO ROSSO RISERVA DOCG
Territorio: Comune di Torgiano, in provincia di Perugia
Vitigni: Sangiovese (min. 70%) + Colorino, Canaiolo, Cabernet Sauvignon, Merlot (max. 30%)
Affinamento in legno: min. 12 mesi – minimo 36 mesi di affinamento complessivo.
Colore: Rosso rubino intenso
Sentori tipici: Ciliegia, mora, prugna, spezie, legno
Ancora una denominazione “matrioska”, con una DOCG che cade all’interno di un territorio dove già regna una DOC omonima che va dal bianco al passito. Torgiano è un piccolo comune umbro dalla grandissima tradizione vitivinicola, che gli ha permesso di divenire una delle imperdibili denominazioni dell’Italia centrale.
Eppure, la limitatezza del territorio limita anche la diffusione sul mercato di questa piccola-grande “enclave” del miglior sangiovese, con il risultato che la denominazione stessa è ancora una nicchia amata da collezionisti ed esperti, pur essendo in mano ad un’azienda dalla fama globale.
Torgiano è appunto uno dei rari casi in cui la notorietà di un territorio è data dal lavoro di pochissime cantine (per non dire UNA) la cui perizia guida la qualità di tutti i vini qui prodotti, al punto da aver determinato anche l’esistenza stessa della denominazione. La varietà delle uve consente di ottenere vini di ampia varietà, morbidi, rotondi, di buona struttura e longevità. La versione Rosso Riserva DOCG è un grande vino da invecchiamento, più simile – data la ricchezza in Sangiovese – ai vicini grandi toscani.
Abbinamenti: se la DOC è straordinariamente versatile, il Riserva DOCG è necessariamente un vino importante ed incredibilmente longevo, da accompagnare a zuppe, primi piatti saporiti, formaggi e salumi, fino a grigliate, arrosti e brasati.
Suggerimento: “Vigna Monticchio Rubesco Riserva” Torgiano Rosso Riserva DOCG – Lungarotti
Più che UN Torgiano, IL Torgiano DOCG. Lungarotti è la regina incontrastata del territorio, con una produzione oggi che supera le 2 milioni di bottiglie. Il Vigna Monticchio, cru e top di gamma della cantina, è semplicemente uno dei grandi rossi d’Italia, con una longevità generazionale e una complessità squisita che si sposa con piatti di altrettanto prestigio.
11. Toscana – Montecucco Sangiovese DOCG
Territorio: Castel del Piano e altri 6 comuni della Provincia di Grosseto
Vitigni: Sangiovese (Min. 85%) + altri (Max. 15%)
Affinamento in legno: Possibile, obbligatorio per la menzione Riserva
Colore: Rosso rubino mediamente intenso e profondo, tendente al granato nel tempo
Sentori tipici: Frutti rossi, fiori viola, liquirizia. Molto influenzato dall’alta percentuale ammessa di altri vitigni e dalla loro varietà
Toscana! Ah, terra di vini conosciutissimi, dalla fama millenaria. E quello che vi citiamo qui non sfigurerebbe in una top 10 meritocratica delle migliori aree mondiali. Eppure, lo avevate mai sentito nominare? Il Montecucco, vino vulcanico, dono del possente (e spento) Monte Amiata, incastrato tra i territori del Brunello e del Morellino di Scansano, raccoglie le migliori caratteristiche del proprio terroir divenendo una delle più eleganti espressioni dell’Italia centrale. La DOCG è a tutti gli effetti una selezione di eccellenza interna alla più ampia, e allo stesso modo raffinata, DOC.
I suoi vini sono fortemente influenzati dall’alta percentuale di altri vitigni autorizzati, che modifica radicalmente i sentori, accompagnando la base strutturale del Sangiovese con minore o maggiore prepotenza. Questa caratteristica ne rende l’esplorazione particolarmente affascinante, soprattutto considerando che la qualità media è eccellente da parte di tutte le cantine produttrici. La denominazione raccoglie anche le tipologie bianco, rosato, vin santo… una vera famiglia.
Abbinamenti: Vino estremamente versatile, eccellente in tutte le occasioni. Dall’aperitivo all’arrosto di selvaggina fino alla meditazione serale con un calice in mano e qualche amico fidato. Plus: in genere, fantastica qualità-prezzo.
Suggerimento: “Poggio Lombrone” Montecucco Sangiovese DOCG Riserva – Castello ColleMassari
Il Cru di Sangiovese di ColleMassari, 30 mesi in botte grande, è un vino corposo ed equilibrato, che offre note minerali, di sottobosco e frutti rossi maturi. Da conservare, per dar il tempo ai tannini di sviluppare una rotondità eccezionale.
12. Lazio – CESANESE DEL PIGLIO DOCG
Territorio: Piglio e altri 4 comuni della Provincia di Frosinone
Vitigni: Cesanese comune/di Affile (min. 90%) + altri (0-10)
Affinamento in legno: Possibile
Colore: Rosso rubino con riflessi violacei
Sentori tipici: Frutti di bosco, visciola, mammola, fiori rossi, fichi, spezie
Scendendo dalla Toscana, troviamo il Lazio. Qui, alle pendici dei Monti Ernici, appezzamenti coltivati a vite da quando Roma era ancora un villaggio di capanne sono ancora oggi in grado di regalare sorprese, nel calice e non solo. Come nel caso del sublime Cesanese del Piglio: un vitigno, ed un vino la cui riscoperta commerciale è ancora in corso, ma che è in grado di deliziare anche il più snob degli appassionati.
Morbidezza, freschezza, sentori floreali e di frutta rossa, squisita trama tannica lo rendono più che degno della nostra limitata classifica e del vostro apprezzamento. Un vino che punta ad un target “giovane” anche grazie ad etichette accattivanti, ad aziende tendenzialmente prive di lunga tradizione e ad un ottimo rapporto qualità/prezzo… che non guasta mai.
Abbinamenti: zuppe, primi piatti, salumi, aperitivi, carni rosse e bianche e piatti della cucina romana, dai pici cacio e pepe fino all’abbacchio. Da provare anche con la pinsa, la “pizza” romana.
Suggerimento: Camponovo Cesanese del Piglio DOCG – Casale della Ioria
La versione giovane e bio della linea dei Cesanesi di questa cantina vivace e di qualità, in grado di contribuire in maniera eccellente al buon nome della DOCG nel mondo. Vendemmia precoce e affinamento in solo acciaio per mantenere i profumi di frutta fresca, visciola, e la freschezza tipica del vitigno.
13. Campania – FALERNO DEL MASSICO DOC
Territorio: Sessa Aurunca ed altri 4 comuni della Provincia di Caserta
Vitigni: Aglianico (Min. 60%), Piedirosso (Max. 40%). Varietale “Primitivo” (Min. 85%), molto usato.
Affinamento in legno: Possibile, molto usato.
Colore: Rosso rubino profondo ed intenso.
Sentori tipici: Frutti rossi, confettura, prugna, tabacco, spezie
Scendiamo lungo il Tirreno e troviamo la parte nord della Campania, sulle colline che dal maestoso vulcano spento di Roccamonfina scendono verso il mare. Qui troviamo la fenice rinata dalle ceneri del vino rosso più famoso di epoca romana, quel Falernum la cui qualità era tale che i cultori latini non osavano diluirlo con spezie, miele e acqua – come era consigliato fare con i vini dell’epoca.
“Nec cellis ideo contende Falernis”, ovvero “non provare a rivaleggiare con il Falerno”, ricordava Virgilio nelle sue Georgiche, quasi 2000 anni fa. Considerato il “Vino dei Cesari”, ossia degli Imperatori, per almeno 3 secoli fu la bevanda più rinomata d’Europa, al punto da essere diviso in tre qualità, la cui provenienza sorprenderebbe oggi gli agronomi: Il “Cauciner”, coltivato sulla cima delle colline, il “Faustitian” sui versanti ed il “Falernian”, il migliore, ai piedi dei pendii.
Con la caduta dell’impero fu dimenticato, le variazioni climatiche fecero il resto, e oggi è un nome che risuona soprattutto tra gli amanti della cultura latina. Ingiustamente: la sua struttura corposa, le origini millenarie, la passione dei produttori che ne tengono alto il nome lo rendono una chicca per gli appassionati, di vino e di storia.
Abbinamenti: Primi piatti saporiti, salumi, carni rosse e formaggi stagionati.
Suggerimento: Campantuono Falerno del Massico Doc – Papa
Il figlio di un altro padre del territorio, Gennaro Papa, che credette nella rinascita del Falerno quasi 50 anni fa. 8 ettari vitati in totale per una cantina che ha fatto della ricerca la sua colonna portante. Il Campantuono è il loro top di gamma, da vigne centenarie a piede franco. Primitivo in purezza robusto e caldo, allo stesso tempo elegante.
14. Abruzzo – Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane DOCG
Territorio: Provincia di Teramo
Vitigni: Montepulciano (min. 85%) + altri autorizzati (0-15%)
Affinamento in legno: obbligatorio
Colore: Rosso rubino profondo con intensi riflessi violacei
Sentori tipici: Violetta e rosa, frutta rossa, prugna, mora, sottobosco, legno, spezie
Spostandoci in Abruzzo, troviamo un’altra uva regina del mercato. Per decenni il Montepulciano è stato il re delle tavole quotidiane di tutta Italia grazie alla sua morbidezza, grande capacità produttiva, facilità di beva. Tutt’oggi è una delle uve più diffuse, successo che lo rende degno di presentarsi in questa lista anche nella sua versione più semplice.
Ma qui vogliamo concentrarci sulla sua espressione adulta, elegante, matura. Come dipinto dallo stesso autore in gioventù e in maturità. Il Colline Teramane DOCG è un Montepulciano nato per sedurre, per abbinarsi a grandi piatti, per maturare con eleganza.
Dove la versione “base” si ferma alla semplicità, le colline teramane, marnose e compatte, appoggiate al Massiccio del Gran Sasso e affacciate sul mare Adriatico regalano espressioni profonde, cullate dai venti di mare e di montagna.
Abbinamenti: Formaggi stagionati, salumi, primi piatti saporiti, carni arrostite e alla brace e perchè no: i popolarissimi arrosticini
Suggerimento: Zanna Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane DOCG Riserva – Illuminati
Una delle cantine migliori del territorio e uno dei vigneti più vecchi, per un bellissimo impianto a tendone che provvede uve mature, robuste. Un vino maestoso, compatto, di frutto pieno, di grande complessità, addolcito soltanto dalla maturazione in botte grande.
15. MOLISE – Tintilia del Molise DOC
Territorio: Tutto il Molise
Vitigni: Tintilia (min. 95%) + altri (0-5%)
Affinamento in legno: Possibile, molto frequente
Colore: Rosso rubino intenso con riflessi violacei, granato con l’invecchiamento
Sentori tipici: Frutta rossa matura, note balsamiche e speziate, tannico
La Tintilia, regina del Molise. Uno dei grandi vitigni autoctoni che fatica ad uscire dal proprio territorio di nascita, anche se meriterebbe un ruolo più importante nelle carte vini di tutto il mondo. Probabile pronipote di un vitigno di origine spagnola, era stato quasi dimenticato, soppiantato da uve di più facile mercato, fino alla riscoperta da parte di alcuni visionari produttori, tra i quali svetta Claudio Cipressi.
La sua elegante struttura, piacevolmente tannica, intensa e profondamente piacevole alla vista, all’olfatto e al gusto, lo rende un vino da scoprire e da amare.
Abbinamenti: Non un vino da aperitivo, ma un grande lottatore in grado di esaltare ricette saporite, primi piatti e carni ricche di salse, aromi e sapori.
Suggerimento: Macchiarossa Tintilia del Molise DOC – Claudio Cipressi
A Claudio si deve la rinascita di questo vitigno: senza di lui, sarebbe finita in qualche registro ampelografico senza futuro. E invece ci troviamo una tintilia avvolgente, tannica, matura. Un vino incredibilmente piacevole ed elegante. La prima, e forse ancora oggi la più importante espressione del vitigno.
16. Basilicata – Matera Doc Moro
Territorio: Tutta la provincia di Matera
Vitigni: Cabernet Sauvignon (min. 60%), Primitivo (min. 20%), Merlot (min. 10%) + altri (0-10%)
Maturazione in legno: Non obbligatoria. Ma obbligatoria maturazione del vino per almeno 12 mesi.
Colore: Rosso rubino intenso
Sentori tipici: Frutta rossa matura, note speziate, tannico
Regione praticamente sconosciuta al di fuori dei confini nazionali, un tempo nota come Lucania (e più estesa di oggi), la Basilicata è un territorio aspro e selvaggio, oggi illuminato dalla sublime cittadina di Matera, il cui centro storico rappresenta uno degli agglomerati urbani più antichi del mondo.
A nord di Matera c’è l’antico vulcano Vulture, terra dell’omonimo, elegante aglianico. Ma volendo parlare di rarità estreme e volendo dar giusta luce citiamo qui il Moro di Matera (O Matera Moro), che è un omaggio alla vocazione internazionale della zona. Non più solo primitivo e aglianico, ma Cabernet e Merlot, che tra argille, calcari e gravine (canyons) assolate producono uve calde, mature, spinte, da armonizzare con il primitivo. E nonostante il disciplinare non lo menzioni, quasi sempre i 12 mesi obbligatori di maturazione vengono trascorsi in legno…
Abbinamenti: Arrosti, formaggi di media stagionatura, grigliate
Suggerimento: Spaccasassi Matera Moro DOC – Tenuta Parco dei Monaci
Il più premiato dei Moro: Lunga macerazione, 18 mesi di barrique di rovere francese, caldo, speziato. Il nome rende omaggio alla sua potenza e a quella del bagolaro, l’albero dai frutti dolci e dalle radici spaccasassi, grande trionfatore delle pareti calcaree. Tannino morbido ed elegante, persistenza asciutta e di grande speziatura.
17. PUGLIA – Castel del Monte Bombino Nero DOCG
Territorio: Minervino e altri 9 comuni nelle Province di Bari e di Barletta-Andria-Trani.
Vitigni: Bombino Nero (min. 90%) + altri (0-10%)
Maturazione in legno: No
Colore: Rosato tenue
Sentori tipici: Floreale e fruttato, rosa, geranio, melagrana.
I rosati sono più rossi o più bianchi? In una delle regioni d’Italia che ha dato vita a questa tipologia, come possiamo non citarli almeno una volta, specie se è la prima DOCG dedicata solo ai rosati, per uno dei vitigni più sottovalutati?
Castel del Monte, una denominazione multiforme ed un territorio, anzi una storia millenaria. Quando nel XIII secolo Federico II, lo stupor mundi, fece costruire un castello a pianta ottagonale sulle colline delle Murge (che non vide mai completato), non si sarebbe aspettato lo straordinario successo della piccola fortezza 800 anni più tardi. Passato di mano in mano tra i nobili, bombardato, abbandonato e infine restaurato, è oggi sulle monete da 1 centesimo di € e location di infiniti film, oltre ad essere tappa turistica obbligata. E il centro di una produzione vitivinicola che negli ultimi anni sta vivendo un momento splendente grazie alle caratteristiche del territorio e alla qualità delle sue uve.
Il bombino nero è vitigno antico, e in questo territorio caldo e asciutto, ricco di rocce calcaree, dona un rosato verace ed elegante, snello e beverino, pieno e seducente.
Per lasciarsi ammaliare dalla freschezza di un vino nato da rocce aride, e dal colore del tramonto dietro il Castello.
Abbinamenti: Aperitivi, cucina di mare, finger foods, olive
Suggerimento: Suprematism Castel del Monte Bombino Nero DOCG – Mirvita.
Un progetto dedicato al suprematismo, una cantina che è una meraviglia architettonica, vini artigianali che vogliono emergere dalle grandissime aziende che dominano il territorio. Massima espressività del Bombino Nero – a scapito della competizione nel colore, qui più intenso e profondo. Freschezza, sapidità e succosità ispirano allegria, un calice dopo l’altro.
18. CALABRIA – CIRO’ DOC
Territorio: Provincia di Crotone
Vitigni: Gaglioppo (min. 80%) + altri (0-20%)
Affinamento in legno: Possibile, ma non troppo utilizzato. Si trova specialmente nella sottozona “Classico”
Colore: Rosso rubino intenso con riflessi violacei, tendente al granato con l’affinamento nel tempo.
Sentori tipici: Ciliegia, marasca, viola, spezie e liquirizia
Attraversiamo il Tirreno e attracchiamo in Calabria, ripercorrendo ancora una volta le rotte greche e cartaginesi: sbarchiamo a Crotone, una delle più antiche colonie della Magna Grecia, dove Pitagora fondò la sua Scuola. Poco più a nord sorge l’antica Kremisa – oggi Cirò Marina – e il vino omonimo.
Il Cirò, per la sua storia, meriterebbe la DOCG e di essere raccontato come una delle meraviglie d’Italia: vino considerato talmente prestigioso da esser dato in premio ai vincitori delle antiche Olimpiadi, talmente apprezzato che – pare – erano stati costruiti dei veri e propri enodotti per trasportare rapidamente il vino dalle alture che salgono verso la Sila (dove ancor oggi si produce) fino ai porti delle colonie.
Duemila ottocento anni dopo troviamo un vino potente, figlio del vitigno autoctono Gaglioppo, spesso ammorbidito da varietà internazionali. Caldo e strutturato, dal tannino ben presente, la freschezza notevole, sentori di frutta rossa che si abbinano in modo straordinario a piatti di carne, verdure stufate, salumi (meraviglioso il maiale nero silano, ma anche la spianata calabra!), formaggi e primi piatti saporiti.
Suggerimento: Cirò DOC rosso – Tenuta Iuzzolini




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